di Pietro Tonti
C’è un’Italia che continua lentamente a svuotarsi nel silenzio generale. È quella delle aree interne, dei piccoli comuni dell’Appennino, dei paesi di montagna del Mezzogiorno, dei borghi che per decenni hanno custodito tradizioni, identità e comunità. Territori che oggi vivono una crisi profonda fatta di spopolamento, invecchiamento della popolazione, carenza di servizi e fragilità ambientale crescente. E mentre si moltiplicano gli allarmi di tecnici ed esperti, cresce anche la sensazione che il grande piano di investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non abbia realmente affrontato il problema strutturale delle aree interne italiane.
In molte realtà del Sud e dell’Appennino i fondi del PNRR sono arrivati soprattutto per il rifacimento di piazze, arredi urbani, strade e opere pubbliche tradizionali. Interventi certamente utili, ma che spesso non incidono sulla vera emergenza di questi territori: la perdita continua di residenti e di servizi essenziali. Il rischio, è quello di ritrovarsi con centri storici riqualificati ma privi di vita, borghi più belli esteticamente ma sempre più vuoti.
Secondo le analisi della SVIMEZ, regioni come Molise e Basilicata rischiano entro il 2045 una drastica riduzione della popolazione, con conseguenze pesantissime sul piano sociale ed economico. Una prospettiva che in molte comunità è già realtà quotidiana. Scuole che chiudono, attività commerciali che abbassano le saracinesche, giovani che lasciano il territorio e anziani sempre più isolati.
Il problema non riguarda soltanto la demografia. Quando un territorio si spopola, aumenta anche la sua fragilità ambientale. Manca la manutenzione costante del territorio, diminuisce il presidio umano e crescono i rischi legati al dissesto idrogeologico. Un tema particolarmente sentito in Molise, dove il presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise, Domenico Angelone, ha evidenziato dati estremamente preoccupanti: circa 30 mila frane censite e oltre 17 mila famiglie esposte a rischio. Numeri che raccontano un territorio vulnerabile e che, secondo i tecnici, avrebbe avuto bisogno di interventi strutturali e continui, non soltanto di opere frammentate o emergenziali.
Molti osservatori sottolineano come il PNRR avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per invertire la rotta. Servivano investimenti su sanità territoriale, scuole di prossimità, infrastrutture digitali, collegamenti efficienti, incentivi fiscali permanenti per famiglie e imprese. Serviva soprattutto una strategia nazionale capace di riportare persone e lavoro nei piccoli comuni. Invece, in numerosi casi, si è preferito intervenire su opere più visibili nell’immediato ma meno incisive sul lungo periodo.
Il paradosso è evidente soprattutto nei piccoli borghi turistici dove si investe nella valorizzazione estetica senza affrontare il nodo centrale della sopravvivenza delle comunità. Paesi trasformati in cartoline perfette per il turismo mordi e fuggi, ma privi di servizi essenziali, di attività economiche stabili e di prospettive per le giovani generazioni.
Eppure le aree interne rappresentano una risorsa strategica per l’intero Paese. Custodiscono biodiversità, produzioni agricole di qualità, patrimonio ambientale e culturale. Garantire la loro sopravvivenza significa anche proteggere l’equilibrio idrogeologico e ambientale dell’Italia.
Oggi però il tempo delle analisi sembra finito. La sensazione diffusa è che servano scelte politiche molto più coraggiose e una visione di lungo periodo. Perché senza persone, senza lavoro e senza servizi, nessuna piazza nuova potrà davvero salvare i borghi italiani dal lento declino che li sta attraversando.







