di Pietro Tonti
Non basta una tenda davanti a un ospedale per risolvere una crisi sanitaria che dura da quasi vent’anni. La vicenda dell’ospedale Veneziale, al centro di iniziative simboliche e proteste politiche, dimostra ancora una volta quanto il divario tra azione mediatica e risultati concreti resti profondo.
L’iniziativa del sindaco Piero Castrataro, presentata come gesto forte a difesa del presidio sanitario, appare oggi – alla luce degli sviluppi – più come un’operazione di visibilità che come un reale strumento di pressione istituzionale. I nodi strutturali della sanità molisana, infatti, restano tutti irrisolti.
Un commissariamento senza fine
Il dato più evidente è la permanenza del commissariamento sanitario, attivo da ben 17 anni. Una gestione straordinaria che avrebbe dovuto risanare i conti e migliorare i servizi, ma che continua invece a produrre debito e a comprimere l’offerta sanitaria.
Anche sul fronte politico, il silenzio pesa. I parlamentari molisani non sono riusciti – o non hanno voluto – costruire un dialogo efficace con il Governo per mettere fine a una situazione che penalizza cittadini e territori.
Il nuovo piano: razionalizzazione o ridimensionamento?
L’adozione del Programma operativo 2026-2028 da parte dei commissari ad acta Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo segna un passaggio decisivo, ma solleva interrogativi pesanti.
Il modello organizzativo previsto ridisegna la rete ospedaliera regionale secondo una logica centralizzata:
- Ospedale Cardarelli individuato come hub e Dea di primo livello
- Ospedale Veneziale e Ospedale San Timoteo declassati a strutture “Spoke”
- Ospedale Caracciolo destinato a diventare ospedale di comunità
Una riorganizzazione che, dietro il linguaggio tecnico, si traduce di fatto in un ridimensionamento dei servizi nei territori interni.
Emergenza cardiologica: una sola rete per tutta la regione
Particolarmente critica la scelta di concentrare la rete per le emergenze cardiologiche su un unico centro regionale. Il riferimento normativo è il Decreto Ministeriale 70/2015, ma la sua applicazione rigida in un territorio come il Molise – caratterizzato da aree montane e collegamenti difficili – rischia di avere conseguenze gravi.
La disattivazione dell’emodinamica a Termoli, prevista entro il 31 ottobre, comporterà il trasferimento dei pazienti verso Campobasso o addirittura verso strutture della Puglia. Una scelta che allunga i tempi di intervento in situazioni dove ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte.
Punti nascita: un’altra chiusura che pesa
Non meno rilevante la decisione di chiudere il punto nascita di Isernia. Al suo posto, un centro di maternità senza possibilità di parto, con trasferimento delle pazienti verso Campobasso.
Una misura che colpisce direttamente le famiglie e contribuisce ad aumentare il senso di insicurezza nelle aree interne, già segnate da spopolamento e carenza di servizi.
Il nodo politico e territoriale
La questione, però, non è solo sanitaria. È profondamente politica. Le scelte contenute nel piano sembrano rispondere più a logiche contabili che a una reale analisi dei bisogni del territorio.
Il rischio è quello di una sanità sempre più distante dai cittadini, dove vivere in una zona interna significa avere meno diritti e minori possibilità di accesso alle cure.
Il nuovo Programma operativo segna una linea chiara: concentrare, razionalizzare, ridurre. Ma a pagare il prezzo di queste scelte sono i territori più fragili e le comunità locali.
In questo scenario, le iniziative simboliche e le dichiarazioni politiche non bastano più. Servono azioni concrete, una visione strategica e soprattutto una rappresentanza forte capace di riportare il Molise al centro delle decisioni nazionali.
Perché il diritto alla salute non può dipendere da scelte calate dall’alto, da parte di chi non conosce il territorio e non sa rappresentarlo nelle stanze che contano.







