Editoriale
I numeri pubblicati dall’Eurispes non raccontano semplicemente una difficoltà economica. Raccontano la lenta erosione di quella fascia sociale che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’Italia: il ceto medio.
Dal 2021 il suo potere d’acquisto si è ridotto di circa il 7,5%. Nel solo 2023 il reddito reale delle famiglie è diminuito dell’1,6%, mentre il costo dei beni essenziali — energia, alimentazione, farmaci, servizi indispensabili — è cresciuto ben oltre l’inflazione ufficiale.
Oggi più di sei italiani su dieci dichiarano di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Oltre un terzo delle famiglie è costretto ad attingere ai propri risparmi per sostenere le spese correnti. L’affitto pesa sul 45,6% dei nuclei familiari, le utenze sul 28,7%, il mutuo sul 27,2%, le spese sanitarie sul 25,5%.
Dietro questi dati c’è una trasformazione profonda del Paese.
Da una parte, una concentrazione crescente della ricchezza: il 10% delle famiglie detiene quasi il 60% del patrimonio nazionale, mentre la metà più povera degli italiani possiede appena il 7,4% della ricchezza complessiva. Nel solo 2024 i 71 miliardari italiani hanno aumentato il proprio patrimonio di oltre 61 miliardi di euro, l’equivalente di circa 166 milioni al giorno.
Dall’altra, una progressiva fragilizzazione della maggioranza della popolazione. Tra il 2014 e il 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane è diminuita del 5,5%, segno che il sistema non sta semplicemente distribuendo male la crescita: sta consumando il patrimonio accumulato nel passato.
Non siamo di fronte a una parentesi congiunturale. Non si tratta di una crisi temporanea destinata a rientrare con il prossimo ciclo economico.
Siamo davanti agli effetti di lungo periodo di un modello che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente subordinato l’economia reale alla finanza, trasformando il mercato da strumento a fine ultimo della politica economica.
In Europa questo modello ha trovato la sua espressione istituzionale nell’architettura dell’Unione Europea e dell’euro.
All’Italia fu promesso che l’integrazione monetaria avrebbe garantito stabilità, prosperità e maggiore influenza internazionale. Dopo oltre vent’anni, il bilancio appare assai diverso: perdita della leva monetaria, compressione della domanda interna, riduzione degli investimenti pubblici, stagnazione salariale, crescente precarizzazione del lavoro e progressiva cessione di asset strategici.
L’economia italiana è stata chiamata ad adattarsi a vincoli spesso incompatibili con le sue caratteristiche produttive e sociali. Il risultato è un Paese che cresce poco, investe poco e vede ridursi progressivamente il proprio margine di autonomia.
I salari ristagnano da decenni. La produttività fatica a decollare. Interi comparti industriali hanno perso competitività. Le nuove generazioni entrano nel mercato del lavoro in condizioni peggiori rispetto a quelle dei loro genitori. Sempre più famiglie sopravvivono utilizzando i risparmi accumulati nel passato anziché costruire nuova ricchezza.
Nel frattempo, il dibattito europeo sembra muoversi con maggiore rapidità quando si tratta di aumentare le spese militari che non quando si affrontano temi come energia, politica industriale, investimenti strategici, sostegno ai salari o coordinamento tra politiche fiscali e monetarie.
Non sorprende quindi che una parte crescente dell’opinione pubblica guardi con scetticismo a queste priorità. Secondo Eurispes, il 44,2% degli italiani considera le spese militari soprattutto un costo per il Paese. Una percezione che nasce dalla distanza tra le richieste di sacrificio rivolte ai cittadini e la scarsità di risorse destinate a sanità, istruzione, casa, lavoro, natalità e sviluppo industriale.
La questione centrale è semplice: una nazione che non controlla più pienamente le principali leve economiche fatica a difendere i propri interessi strategici e sociali.
Per oltre trent’anni il dibattito pubblico ha sostenuto che non esistessero alternative. Che la globalizzazione finanziaria e l’integrazione sovranazionale rappresentassero un destino inevitabile. Che la sovranità economica fosse un concetto superato.
Oggi i risultati di quella stagione sono sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di inseguire nostalgie o di guardare al passato. Si tratta di interrogarsi sul futuro.
Perché una democrazia che perde il proprio ceto medio perde anche il principale fattore di equilibrio sociale e politico.
E perché senza autonomia economica diventa difficile garantire giustizia sociale.
Così come senza giustizia sociale diventa sempre più fragile la stessa libertà politica.







