di Pietro Tonti
Dal 2026 il punto nascita di Isernia chiuderà definitivamente. Una notizia che va ben oltre la semplice soppressione di un reparto ospedaliero: per molti cittadini rappresenta la perdita di un pezzo dell’identità storica della città pentra.
Da quel momento nessuno potrà più dire “sono nato a Isernia”. Una frase apparentemente semplice, ma che per generazioni ha rappresentato un legame profondo con il territorio, con le proprie radici e con la storia di una comunità millenaria.
La chiusura del punto nascita del Veneziale segna infatti uno spartiacque simbolico e sociale. L’antica Aesernia, capitale italica e città dalla storia secolare, rischia di scomparire perfino dalle anagrafi dei nuovi nati. Un vuoto che molti cittadini vivono come l’ennesima conseguenza di anni di politiche sanitarie giudicate penalizzanti, tra tagli, commissariamenti, carenza di personale e assenza di una vera programmazione capace di salvare il reparto.
Negli ultimi anni si sono alternate gestioni e governi regionali senza che venisse costruita una strategia concreta per difendere uno dei servizi più delicati e identitari del territorio. Il risultato è che le future generazioni nasceranno altrove, probabilmente a Campobasso o fuori regione, accelerando quel processo di impoverimento territoriale che già da tempo interessa le aree interne del Molise.
La questione non è soltanto sanitaria. È anche demografica, culturale e simbolica.
Quando una città perde il proprio punto nascita, perde un presidio essenziale, ma soprattutto perde la capacità di rappresentare se stessa come luogo di futuro. Perché nascere in una città significa appartenerle fin dal primo istante di vita. Significa creare un vincolo affettivo, familiare e sociale che accompagna intere generazioni.
Le conseguenze potrebbero essere profonde: la diminuzione dell’attrattività territoriale per le giovani coppie; ulteriore spopolamento delle aree interne; indebolimento dei servizi collegati alla maternità e all’infanzia; perdita progressiva dell’identità civica locale.
Persino l’anagrafe comunale non registrerà più nuovi nati isernini. Un dettaglio burocratico solo in apparenza marginale, che invece fotografa plasticamente il rischio di desertificazione sociale che molte realtà interne stanno vivendo.
La chiusura del punto nascita diventa così il simbolo di una domanda più grande: quale futuro si vuole costruire per Isernia e per il Molise interno? Perché una comunità che non vede più nascere figli sul proprio territorio rischia, lentamente, di perdere anche la percezione del proprio domani.
E forse il vero tema non è soltanto dove nasceranno i bambini, ma se questa terra riuscirà ancora a trattenere le nuove generazioni e a sentirsi viva nei prossimi decenni. Il Comitato per l’aggregazione della provincia di Isernia all’Abruzzo con la raccolta di oltre 5200 firme ha visto giusto, che senso ha ancora – rebus sic stantibus – avere una provincia legata al Molise?







