di Fernando Carlucci padre della vittima
SETTE MESI DALLA MORTE DI SILVIA MARIA CARLUCCI
«Le vittime della strada non possono essere morti di serie B. Servono indagini complete, competenze specialistiche e un nuovo protocollo nazionale»
Castelpizzuto, 5 settembre 2026
Sono trascorsi oggi esattamente sette mesi dal 5 febbraio 2026, giorno in cui Silvia Maria Carlucci, di appena 20 anni, ha perso la vita in un incidente stradale sulla SS17, nel territorio di Castelpetroso.
Sette mesi durante i quali la famiglia ha rispettato il lavoro della Magistratura e degli organi investigativi, ha collaborato con le Autorità, nominato propri consulenti e utilizzato gli strumenti previsti dalla legge affinché ogni elemento utile alla ricostruzione della tragedia potesse essere approfondito.
Oggi, tuttavia, riteniamo doveroso porre pubblicamente una questione che non riguarda soltanto Silvia e la nostra famiglia:
quanto deve essere approfondita un’indagine quando sulla strada muore una persona?
Non intendiamo formulare accuse personali nei confronti di magistrati, investigatori o consulenti, né anticipare giudizi che spettano esclusivamente all’Autorità giudiziaria.
Riteniamo però nostro diritto manifestare, sulla base della documentazione processuale che abbiamo potuto esaminare, fortissime perplessità sulla completezza di alcuni accertamenti e sull’approfondimento di alcune questioni tecniche che consideriamo fondamentali per ricostruire integralmente le cause dell’incidente.
Nel procedimento relativo alla morte di Silvia sono stati compiuti numerosi accertamenti. È giusto riconoscerlo.
Ma proprio dalla documentazione emergono, a nostro avviso, interrogativi che non possono essere considerati marginali.
Tra questi vi sono le effettive condizioni della carreggiata e dell’aderenza nella mattina del 5 febbraio, le condizioni meteorologiche, la possibile presenza di fenomeni compatibili con il ghiaccio, le cause effettive della perdita di controllo dell’autovettura, la massa e la distribuzione del carico del mezzo pesante, il funzionamento dei sistemi frenanti ed elettronici dell’autocarro, i dati potenzialmente custoditi nelle sue centraline e la precisa ricostruzione dei tempi di percezione, reazione ed eventuale evitabilità o mitigazione dell’impatto.
Alcuni di questi approfondimenti erano stati formalmente sollecitati dalla famiglia già nelle prime settimane successive al sinistro.
IL CAMION E I DATI ELETTRONICI
Particolarmente delicata, a nostro avviso, è la questione relativa alle centraline elettroniche del Mercedes Actros coinvolto nell’incidente.
Già il 19 marzo 2026 la persona offesa aveva chiesto formalmente che il mezzo non venisse dissequestrato prima della verifica e dell’estrazione dei dati potenzialmente presenti nei sistemi elettronici del veicolo, con particolare riferimento ai sistemi ADAS, VRDU, EBS ed ECU, evidenziando il rischio della perdita di informazioni potenzialmente utili alla ricostruzione.
La stessa Daimler Truck, successivamente interpellata nell’ambito della consulenza tecnica, ha precisato che la lettura delle centraline poteva essere tentata attraverso strumenti diagnostici specializzati e, qualora necessario, mediante la rimozione e l’analisi delle centraline da parte dei rispettivi produttori.
Soprattutto, Daimler ha espressamente segnalato che i dati delle centraline sono sovrascrivibili e che, rimettendo il veicolo in circolazione senza rimuoverle, i dati avrebbero potuto essere sovrascritti. Veniva inoltre raccomandata la custodia della centralina VRDU.
Il trattore stradale Mercedes Actros, il semirimorchio e il materiale trasportato sono stati successivamente dissequestrati e restituiti il 12 agosto 2026.
Non spetta a noi stabilire pubblicamente se questa scelta sia stata giuridicamente corretta.
Ma abbiamo il diritto di domandare perché una fonte di prova potenzialmente ancora esaminabile sia stata restituita prima che ogni possibilità tecnica di acquisizione dei dati fosse definitivamente esaurita.
È una domanda alla quale chiediamo semplicemente una risposta.
PERDERE IL CONTROLLO DI UN’AUTOMOBILE NON SIGNIFICA AVER SPIEGATO PERCHÉ È ACCADUTO
Un’altra questione ci appare fondamentale.
Una cosa è accertare che un’automobile abbia perso il controllo e abbia invaso la corsia opposta.
Altra cosa è stabilire perché quella perdita di controllo sia avvenuta.
La velocità, l’aderenza reale della pavimentazione, l’acqua, le condizioni meteorologiche, l’eventuale presenza di ghiaccio, la geometria e la pendenza della strada, le condizioni degli pneumatici e del veicolo e ogni altra possibile causa tecnicamente rilevante devono essere valutate prima di giungere a conclusioni definitive.
Allo stesso modo, una volta verificatasi una situazione di pericolo, resta distinta la questione relativa alla possibilità dell’altro conducente di percepire, reagire, evitare o quantomeno mitigare l’impatto.
Non chiediamo che venga dimostrata una tesi precostituita.
Chiediamo esattamente il contrario:
che tutte le ipotesi tecnicamente ragionevoli vengano verificate prima di escluderle.
LE VITTIME DELLA STRADA NON POSSONO ESSERE MORTI DI SERIE B
Da questa esperienza nasce una riflessione che vogliamo rivolgere all’intero Paese.
Ogni anno sulle strade italiane perdono la vita migliaia di persone.
Dietro ciascun numero c’è un essere umano.
Ci sono figli, genitori, fratelli, sorelle.
Ci sono famiglie alle quali una telefonata cambia per sempre l’esistenza.
Il legislatore ha introdotto nel nostro ordinamento il reato di omicidio stradale, riconoscendo la particolare gravità delle condotte che possono determinare la morte di una persona sulla strada.
Ma alla severità della legge deve corrispondere anche la profondità dell’accertamento.
Una morte avvenuta sulla strada non può essere considerata, neppure involontariamente, una morte di serie B.
Quando una persona muore in circostanze che possono avere rilevanza penale, lo Stato ricerca normalmente ogni possibile fonte di prova: telefoni, dati elettronici, telecamere, testimonianze, tracce materiali, condizioni ambientali, documentazione e possibili responsabilità concorrenti.
Perché lo stesso livello di approfondimento non dovrebbe essere garantito quando una persona muore sulla strada?
Un incidente stradale mortale non può essere ridotto soltanto a traiettorie, velocità e punto d’urto.
Prima dell’incidente esiste una sequenza di eventi.
Occorre capire che cosa sia accaduto, perché sia accaduto, quando il pericolo sia diventato percepibile e se qualcuno avrebbe potuto evitarlo o ridurne le conseguenze.
SERVONO INVESTIGATORI SPECIALIZZATI E ADEGUATAMENTE FORMATI
C’è poi un problema che il progresso tecnologico rende ormai inevitabile affrontare.
I veicoli moderni non sono più soltanto strutture meccaniche.
Sono sistemi complessi dotati di centraline elettroniche, ABS ed EBS, sistemi ADAS, radar, telecamere, unità di controllo motore, memorie diagnostiche, sistemi di assistenza alla frenata, tachigrafi digitali e altre fonti di dati.
Per questo riteniamo che anche le investigazioni sugli incidenti mortali debbano compiere un salto di qualità.
Gli investigatori chiamati ad affrontare i sinistri più gravi devono poter disporre di formazione specialistica, aggiornamento continuo e competenze adeguate alla complessità tecnologica dei veicoli e delle infrastrutture moderne.
Non è una critica personale agli operatori delle Forze dell’Ordine, molti dei quali svolgono quotidianamente il proprio lavoro con professionalità e in condizioni difficili.
È una richiesta rivolta allo Stato.
Occorrono nuclei o professionalità altamente specializzate nella ricostruzione dei sinistri mortali e, quando necessario, competenze multidisciplinari in dinamica dei veicoli, elettronica automotive, sistemi ADAS, analisi forense dei dati, mezzi pesanti, tachigrafi, pneumatici, infrastrutture stradali, meteorologia e condizioni di aderenza.
La tecnologia presente sui veicoli può custodire informazioni decisive per stabilire la verità.
Non possiamo permetterci di perderle perché non vengono ricercate tempestivamente.
UN APPELLO ALLA MAGISTRATURA, NON UN ATTACCO ALLA MAGISTRATURA
Abbiamo fiducia nelle istituzioni.
Ed è proprio perché crediamo nelle istituzioni che pretendiamo dalle istituzioni il massimo rigore possibile quando è in gioco la vita di una persona.
La famiglia di Silvia continuerà pertanto a esercitare, esclusivamente nelle forme previste dalla legge, tutti i diritti riconosciuti alle persone offese e sottoporrà al giudice competente le proprie richieste affinché venga valutata la necessità di ulteriori approfondimenti.
Non chiediamo un colpevole a ogni costo.
Questa frase per noi è fondamentale.
Chiediamo la verità a ogni costo consentito dalla legge.
E siamo pronti ad accettare anche una verità diversa dalle nostre convinzioni, purché sia il risultato di un’indagine nella quale ogni ipotesi ragionevole sia stata verificata e ogni fonte di prova concretamente disponibile sia stata acquisita prima di essere dispersa.
L’APPELLO AL PARLAMENTO E AL GOVERNO
La questione va oltre il procedimento relativo a Silvia.
Per questo rivolgiamo un appello al Parlamento, al Ministro della Giustizia e al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti affinché venga valutata l’introduzione di protocolli investigativi nazionali specifici per gli incidenti stradali con esito mortale, capaci di assicurare standard elevati e uniformi di acquisizione e conservazione della prova sull’intero territorio nazionale.
In presenza di una vittima, ove pertinenti al caso concreto, dovrebbero essere tempestivamente valutati e preservati:
veicoli e centraline elettroniche, dati telematici e diagnostici, telefoni e dati di traffico, telecamere, condizioni della strada, dati meteorologici, tracce materiali, massa e distribuzione del carico dei mezzi pesanti, sistemi frenanti e di assistenza alla guida, pneumatici, documentazione di trasporto, manutenzione e sicurezza dell’infrastruttura.
E gli accertamenti più complessi dovrebbero poter essere affidati o supportati da personale specificamente formato e da professionalità tecniche realmente adeguate alla materia da investigare.
Il principio dovrebbe essere semplice:
PRIMA SI CONSERVA LA PROVA. POI LA SI VALUTA.
Non il contrario.
SILVIA AVEVA 20 ANNI
Silvia aveva soltanto 20 anni.
Per noi non è il numero di un procedimento penale.
Era una figlia, una sorella, una ragazza che aveva davanti una vita intera.
Dietro ogni vittima della strada c’è una storia che non può essere archiviata come una statistica.
A sette mesi dalla sua morte continueremo quindi a chiedere, con rispetto verso la Magistratura e le istituzioni, ma con altrettanta fermezza, che venga accertato tutto ciò che può ancora essere accertato.
Lo faremo nelle sedi giudiziarie competenti.
E continueremo anche a chiedere al legislatore che dalle tragedie come quella di Silvia nasca una maggiore tutela per tutte le famiglie italiane.
Perché nessun genitore dovrebbe trovarsi a domandare se un accertamento decisivo poteva essere fatto e non lo è stato.
Perché nessuna prova dovrebbe andare perduta prima che sia stato stabilito se poteva servire.
E soprattutto:
perché una vita perduta sulla strada non vale meno di qualsiasi altra vita.
Fernando Antonio Carlucci
Papà di Silvia Maria Carlucci
Castelpizzuto, 5 settembre 2026







