di Pietro Tonti

La chiusura del punto nascite di Isernia avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per vedere tutte le forze politiche unite nella difesa di un servizio essenziale. Invece, ancora una volta, prevale la logica degli schieramenti.

Il sindaco e la maggioranza hanno deciso di presentare ricorso al Tar senza coinvolgere l’opposizione di centrodestra. Una scelta che, al di là degli aspetti procedurali, lascia spazio a un interrogativo: perché rinunciare a costruire un fronte istituzionale comune quando in gioco c’è un diritto fondamentale come quello alla salute?

Nel frattempo, sui social network si alzano i toni. C’è chi cerca responsabili a sinistra, chi punta il dito contro la destra, chi trasforma una battaglia sanitaria nell’ennesimo terreno di scontro elettorale. Come se il problema fosse stabilire di chi sia la colpa, anziché trovare una soluzione.

La realtà, però, è molto più semplice e molto più amara. Il Molise vive da diciassette anni una sanità commissariata. In questo lungo periodo si sono alternati governi regionali di centrosinistra e centrodestra, maggioranze diverse, promesse, annunci e polemiche. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: servizi ridotti, reparti a rischio, personale insufficiente e territori sempre più impoveriti.

Continuare a dividere i cittadini tra destra e sinistra non restituirà il punto nascite a Isernia. Così come non servirà evocare continuamente fantasmi ideologici, sventolare bandiere rosse, arcobaleno o richiamare l’ombra del fascismo per spiegare problemi che hanno origini amministrative, organizzative e politiche ben più concrete.

La vera emergenza è l’assenza di programmazione. È la difficoltà di costruire una strategia condivisa che guardi oltre la durata di una legislatura. È l’incapacità di fare squadra quando sarebbe necessario presentarsi uniti davanti ai tribunali, ai ministeri e al Governo nazionale.

Il ricorso al Tar avrebbe potuto rappresentare un’azione condivisa dall’intero Consiglio comunale, rafforzando anche sul piano politico il peso della richiesta del territorio. Invece si è preferito procedere in ordine sparso, alimentando inevitabilmente nuove polemiche.

Intanto il Molise continua a perdere i suoi giovani. Ogni anno centinaia di ragazzi lasciano questa terra in cerca di opportunità che qui non trovano. E una parte della responsabilità ricade anche su una politica che troppo spesso sembra concentrata sulla prossima campagna elettorale, sulla conquista di una poltrona o sulla ricerca del consenso immediato, anziché sulla costruzione di una visione per il futuro.

Forse è arrivato il momento di sostituire il senso di appartenenza a un partito con il senso di appartenenza a un territorio. Perché i cittadini non chiedono una vittoria della destra o della sinistra. Chiedono ospedali funzionanti, servizi efficienti, lavoro e la possibilità di restare a vivere nella propria terra.

Il tempo delle contrapposizioni sterili dovrebbe essere finito. Se dopo decenni di scontri il territorio continua a perdere popolazione, servizi e speranza, significa che la guerra politica permanente non ha prodotto vincitori. Ha prodotto soltanto un Paese che, lentamente, continua a morire.