di Pietro Tonti
Roberto Vannacci rompe con la Lega e annuncia la nascita di un nuovo soggetto politico: “Futuro Nazionale”. Una decisione che scuote gli equilibri del centrodestra e accende un duro scontro politico, a partire dalle dichiarazioni al vetriolo del segretario leghista Matteo Salvini, apertamente critico nei confronti del generale ed eurodeputato.
Eppure, proprio Salvini sembra aver dimenticato un dato politico tutt’altro che marginale: i circa 530 mila voti personali raccolti da Vannacci alle elezioni europee, determinanti per consentire alla Lega di superare una fase delicatissima, salvando la segreteria del leader e permettendo al partito di entrare a Strasburgo con poco più del 9% dei consensi. Senza quel risultato, il bilancio elettorale leghista sarebbe stato ben più amaro.
In queste ore il mainstream mediatico, pressoché a reti unificate, commenta la decisione di Vannacci con analisi e proiezioni che stimano il nascente partito tra il 2 e il 4%, ipotizzando una sottrazione di voti soprattutto alla Lega e, in parte, a Fratelli d’Italia. Secondo alcuni osservatori, “Futuro Nazionale” si collocherebbe addirittura nell’area dell’estrema destra, guardando a mondi come CasaPound e ai movimenti più radicali. Altri, invece, spingono su una narrazione ancora più allarmistica: la nascita del partito di Vannacci favorirebbe indirettamente una futura vittoria elettorale della sinistra.
Ciò che colpisce, tuttavia, è l’assenza quasi totale di un’analisi più profonda e aderente alla realtà sociale del Paese. Nessuno sembra interrogarsi seriamente sul dato più macroscopico e inquietante della democrazia italiana: l’astensione, che coinvolge ormai circa il 60% della popolazione. Un esercito silenzioso di cittadini che non vota più, disilluso da alleanze opache, giochi di palazzo e politiche percepite come lontane dai problemi reali.
Ed è proprio a questo bacino che Vannacci sembra rivolgersi. Un elettorato stanco di insicurezza crescente nelle città, di immigrazione percepita come incontrollata, di norme che indeboliscono chi garantisce la sicurezza pubblica, mentre tutelano chi delinque. Un Paese dove il diritto alla proprietà privata viene quotidianamente messo in discussione da occupazioni abusive spesso impunite, e dove anziani e famiglie vivono barricati in casa, con il timore che una semplice uscita per la spesa o una visita medica possa trasformarsi nella perdita della propria abitazione.
Secondo questa lettura, Roberto Vannacci non intercetta soltanto un’area politica, ma un sentimento diffuso di disagio umano, economico e sociale, aggravato dal progressivo impoverimento delle famiglie e dal senso di abbandono delle istituzioni. Un disagio che trova una prima codificazione nel successo editoriale de “Il mondo al contrario”, diventato per molti una chiave di lettura alternativa rispetto al pensiero dominante.
È indubbio che per trasformare consenso personale in consenso politico serva una struttura organizzata su scala nazionale, ma l’entusiasmo che il “pensiero vannacciano” continua a suscitare suggerisce che le stime attuali potrebbero rivelarsi largamente sottodimensionate. Al netto delle reazioni ostili della sinistra e delle resistenze di chi è già impegnato in altri partiti e movimenti, una parte significativa del cittadino comune sembra riconoscersi nelle idee del generale.
Per questo motivo, le percentuali oggi sbandierate da analisti ed esperti mediatici rischiano di non fotografare la realtà effettuale. Se “Futuro Nazionale” riuscirà a dare voce a quell’Italia che non vota più, il quadro politico potrebbe cambiare ben oltre le previsioni dei sondaggi. E il vero terremoto, allora, non sarà la nascita di un nuovo partito, ma la riattivazione di un elettorato che da troppo tempo ha smesso di credere.







