CAMPOBASSO – Una legge che promette risorse ma rischia di consegnare il Molise a una crisi senza precedenti. È questo il senso politico e istituzionale della mozione depositata dal consigliere regionale Massimo Romano (Costruire Democrazia), che chiede al Consiglio regionale di autorizzare il presidente Roberti e la Giunta a impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge di Bilancio 2026, nella parte che riguarda la Regione Molise.
Nel mirino, il comma 871 dell’articolo 1 della manovra approvata il 30 dicembre scorso, che prevede un contributo straordinario di 90 milioni di euro. Una cifra che, sulla carta, dovrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno per una Regione stremata da 17 anni di commissariamento sanitario. Ma che, nella sostanza, secondo Romano si trasforma in una vera e propria “trappola finanziaria”, costruita su tempi e condizioni difficilmente, se non impossibili, da rispettare.
Il meccanismo delineato dalla norma impone una corsa contro il tempo: entro il 28 febbraio la struttura commissariale dovrà predisporre il Programma Operativo 2026-2028; entro il 31 marzo dovranno arrivare le correzioni ministeriali; entro i successivi 30 giorni la pubblicazione. In parallelo, la Regione sarà chiamata ad approvare un piano di copertura del disavanzo sanitario da chiudere entro il 2027, anticipando di tre anni la precedente scadenza fissata al 2030. Una stretta che costringerebbe il Molise a reperire circa 31 milioni di euro in meno di due anni, senza alcuna certezza sui sacrifici che verranno richiesti in termini di servizi sanitari.
Romano parla senza mezzi termini di una tempistica “irrealistica” e di un rischio sistemico enorme: se anche uno solo degli adempimenti non dovesse andare a buon fine, i 90 milioni non verrebbero erogati. Il risultato sarebbe devastante: una Regione tecnicamente in bancarotta, esposta al primo commissariamento integrale della sua storia repubblicana.
Ma il punto più grave, evidenziato nella mozione, è la totale subalternità in cui il Molise verrebbe relegato. Le decisioni resterebbero nelle mani della struttura commissariale e dei Ministeri, senza reali margini di manovra per la politica regionale. La chiusura di presìdi ospedalieri strategici come il San Timoteo, il Veneziale o il Cardarelli diventerebbe un’ipotesi concreta, davanti alla quale la Regione potrebbe solo scegliere tra l’accettazione passiva o il collasso istituzionale.
Non meno pesanti le responsabilità attribuite alla struttura commissariale stessa. Romano ricorda come il Programma Operativo 2025-2027, previsto dalla precedente legge di Bilancio, non sia mai stato approvato. Un’inadempienza grave, imputabile a commissari nominati dal Governo e retribuiti con risorse pubbliche, che restano tuttavia al loro posto. A pagare il prezzo, ancora una volta, sono i cittadini molisani, stretti tra tagli, disservizi e un debito sanitario che continua a crescere.
Da qui la richiesta di un atto politico forte: il ricorso alla Corte costituzionale e la trasmissione degli atti alla Procura della Corte dei Conti. Un passaggio tutt’altro che formale, rafforzato anche dalle parole del Procuratore regionale che, nell’ultima requisitoria per la parifica, ha parlato apertamente di “ingiustizia”.
La questione, però, va oltre la mozione di Romano e apre uno scenario inquietante sul ruolo – o sull’assenza – delle istituzioni. Di fronte a una minaccia così evidente, cosa farà il governo regionale? Subirà ancora una volta i diktat del Governo centrale, a trazione centrodestra, oppure avrà il coraggio di difendere il Molise con uno spirito di conservazione istituzionale che oggi appare non solo legittimo, ma necessario?
E soprattutto: dove sono i parlamentari molisani eletti a Roma? Possibile che nessuno, ad eccezione di Massimo Romano, avverta la portata di una catastrofe finanziaria e sociale che rischia di abbattersi sulla Regione? Nessuna presa di posizione pubblica, nessuna parola di chiarimento, nessuna iniziativa concreta. Un silenzio che pesa come un macigno, mentre il Molise continua a scontare 17 anni di commissariamento sanitario senza vedere una via d’uscita.
In questo contesto, l’inerzia delle istituzioni – regionali e nazionali – diventa essa stessa una forma di responsabilità politica. Perché non reagire, oggi, significa accettare domani l’ennesimo ridimensionamento di diritti fondamentali, a partire da quello alla salute. E significa, ancora una volta, lasciare una Regione intera sola di fronte a decisioni calate dall’alto, lontane dalla realtà territoriale e sociale del Molise.







