Sono profondamente amareggiato nell’apprendere che Antonio Di Nardo, Comandante della Polizia Municipale di Isernia, lasci questa città. Non è una notizia qualunque, ma l’ennesimo segnale di un sistema che non riesce a trattenere competenze, professionalità e uomini dallo spessore istituzionale, preferendo spesso l’inerzia alla visione.
Ricordo bene – e lo rivendico senza esitazioni – gli sforzi compiuti quando, da assessore comunale con delega alla Polizia Municipale, lavorai per restituire un Comandante al Corpo, allora privo di una guida stabile. Ricordo le nuove assunzioni, frutto di scelte politiche chiare e non casuali, e ricordo soprattutto una stagione di riforme e innovazione vera, non di proclami.
Fu in quel periodo che la Polizia Municipale di Isernia venne finalmente modernizzata, dotata degli strumenti necessari per svolgere fino in fondo il proprio ruolo. La decisione di armare gli agenti – scelta difficile, ma responsabile – portò a un ampliamento concreto delle attribuzioni operative, aumentando la sicurezza dei cittadini e il rispetto istituzionale verso il Corpo. Tutto questo non per propaganda, ma per rispondere a esigenze reali della città.
Oggi, di fronte all’addio del Comandante Di Nardo, non posso fare finta di nulla. Non accuso nessuno, ma le responsabilità esistono. Quando una figura di questo livello sceglie di andare via, significa che qualcosa si è incrinato. E quando questo accade sistematicamente, non è più un caso: è un fallimento politico e amministrativo.
Il destino, a volte, è beffardo. Ho continuato a lavorare con passione e risultati tangibili per migliorare sicurezza e decoro in comuni limitrofi, ricevendo riconoscimenti che parlano da soli. Ma non ho potuto fare lo stesso per la mia città, quella a cui avrei voluto continuare a dedicare energie, idee e amore civico. Questo resta, per me, uno dei rammarichi più grandi.
Chi governa dovrebbe porsi una domanda semplice ma scomoda: perché Isernia non riesce a trattenere chi lavora bene?
Perché le capacità diventano spesso ingombranti?
Perché si preferisce perdere competenze anziché valorizzarle?







