di Pietro Tonti
Duecentosessantotto milioni di euro pubblici per costruire una condotta che dal lago del Liscione, in Molise, porterà acqua in Puglia. Un’opera presentata come necessaria, inevitabile, risolutiva. Ma a guardarla bene, sembra soprattutto il simbolo di una politica che continua a spostare i problemi invece di risolverli.
In un contesto di crisi climatica permanente, investire una cifra così ingente per trasferire acqua da una regione all’altra significa scaricare la fragilità di un territorio su un altro, creando nuove dipendenze e nuove tensioni. Il Molise perde una risorsa strategica, la Puglia resta dipendente da un tubo. Nessuno diventa davvero più sicuro.
La vera domanda è semplice e scomoda: perché non investire quei fondi per produrre acqua direttamente in Puglia?
La desalinizzazione, già realtà in molti Paesi mediterranei, è stata trattata come un’ipotesi marginale, quando avrebbe potuto rappresentare una scelta strutturale, moderna, autonoma. Impianti alimentati da rinnovabili, distribuiti sul territorio, capaci di garantire approvvigionamento senza impoverire altri bacini interni.
La risposta, purtroppo, è sempre la stessa: il tubo si vede, l’impianto innovativo no. Il tubo si inaugura, la strategia no. Il tubo fa consenso immediato, mentre l’autonomia idrica richiede visione, competenza e coraggio politico.
Nel frattempo si continuano a ignorare le vere emergenze: reti colabrodo, sprechi enormi, riuso delle acque reflue fermo al palo. Si preferisce spendere milioni in cemento piuttosto che investire in resilienza, innovazione e futuro.
Questa non è una grande opera: è una grande occasione persa.
E quando l’acqua finirà di nuovo, perché finirà, ci ritroveremo con un tubo in più e gli stessi problemi di prima.







