di Pietro Tonti
La chiusura del punto nascite dell’ospedale Veneziale di Isernia non è soltanto una decisione sanitaria. È il simbolo del fallimento totale di una classe dirigente che da decenni governa il Molise senza visione, senza programmazione e senza alcuna capacità di invertire il declino di un territorio ormai abbandonato a sé stesso.
Sarebbe troppo facile scaricare ogni responsabilità sui commissari straordinari nominati dal Ministero della Salute. Certo, dopo 17 anni di commissariamento il risultato è sotto gli occhi di tutti: debiti ancora presenti, servizi tagliati e sanità sempre più fragile. Ma la verità è che il problema nasce molto prima ed è profondamente politico.
Isernia è una città di appena ventimila abitanti che da anni vive una crisi economica e sociale devastante. Dal crollo della filiera tessile della Ittierre il territorio non si è mai più rialzato. Commercio e artigianato agonizzano, il lavoro stabile praticamente non esiste, il precariato è diventato una condizione permanente e i giovani continuano a fuggire senza alcuna prospettiva di ritorno.
Chi studia fuori dal Molise difficilmente torna. E chi resta spesso sopravvive più che vivere. Nel frattempo la popolazione invecchia rapidamente e persino gli anziani scelgono di andare via, trasferendosi in regioni con una sanità più efficiente o addirittura all’estero, dove le pensioni hanno un potere d’acquisto maggiore e il costo della vita è più sostenibile.
In questo scenario drammatico, la chiusura del punto nascite non è la causa del declino, ma la sua inevitabile conseguenza. Una provincia che si spopola, che non fa figli, che perde residenti anno dopo anno, finisce inevitabilmente per perdere anche i servizi essenziali. È una spirale mortale.
Il Molise oggi appare come una candela che si consuma lentamente. Una regione svuotata, desertificata, senza una strategia di rilancio. E le responsabilità della politica regionale sono enormi. Per decenni i governi che si sono alternati alla guida della Regione hanno pensato esclusivamente alla gestione del consenso e alla campagna elettorale successiva, dimenticando completamente il futuro dei molisani.
Il risultato è devastante: aree interne abbandonate, territori colpiti da calamità naturali lasciati senza risposte, pressione fiscale insostenibile per cittadini e imprese, sanità al collasso e servizi sempre più ridotti. Oggi curarsi in Molise è diventato un terno al lotto.
E sulla vicenda del punto nascite emerge anche un altro nervo scoperto: l’incapacità di trattenere professionalità e pazienti nel sistema sanitario locale. Per anni molte partorienti sono state indirizzate verso altre regioni o altre strutture, contribuendo al crollo del numero minimo di parti richiesto dal Ministero per mantenere operativo il reparto. Un circolo vizioso che ha progressivamente indebolito il Veneziale fino alla chiusura definitiva.
Ora si assiste alle solite proteste di facciata, alle tende, alle manifestazioni e agli slogan della politica. Ma appaiono iniziative tardive e profondamente propagandistiche, utili più alle prossime campagne elettorali che alla salvezza reale del territorio.
Non sorprende allora che sempre più cittadini guardino all’ipotesi di aggregazione all’Abruzzo come unica via di uscita. Le oltre 5.200 firme raccolte dal comitato referendario dimostrano un malessere profondo e una sfiducia ormai totale verso le istituzioni regionali molisane.
Isernia un tempo era una città viva, elegante, dinamica. Oggi è lo spettro di sé stessa. E mentre la politica continua a raccontare illusioni, il territorio si svuota, i servizi chiudono e il futuro sembra allontanarsi ogni giorno di più.







